Annalisa & Sylvain Reynard: intervista con sorpresa!

Un paio di settimane fa vi proponevo la recensione della serie The Florentine di Sylvain Reynard. (qui il link alla recensione per chi se la fosse persa: http://prettyinpink2017.altervista.org/lerecensioni-inedite-annalisa-reynard-the-florentine-sylvain-reynard/ ).

 

Oggi vi sveliamo una piccola sorpresa in anteprima solo per noi del Pretty in Pink: l’autore (o autrice, non si sa. Il suo è uno pseudonimo misterioso. Io per comodità ho fatto l’intervista al maschile!) ci ha concesso alcune domande e il permesso di pubblicare il primo capitolo di The Raven, che in seguito troverete tradotto per voi!

 

(Specifico che la traduzione del brano è interamente fatta da me, ma i diritti d’autore sono appunto di Reynard. Pertanto vi invito a NON COPIARE e NON RUBARE suddetta traduzione. Godetevela!)

 

Ciao Sylvain, grazie per la meravigliosa opportunità di poterti porre alcune domande che sicuramente faranno felici molti lettori italiani!

Buongiorno Annalisa. E grazie mille. E’ un piacere avere l’opportunità di parlare con te e i miei lettori italiani. Ciao a tutti!

 

Subito per cominciare, cosa ti ha spinto a passare dal romance puro ad un paranormal? E’ stato difficile? Dove hai trovato l’ispirazione?

Grazie per avermelo chiesto. In realtà ci sono già nella serie Gabriel’s Inferno alcuni elementi soprannaturali. Anche se non tutti i miei lettori li considerano tali. Quindi per me la serie The Florentine non è altro che un continuo della serie di Gabriel. Vediamo ancora Gabriel e Julia. Scopriamo qualcosa di più sulle sue illustrazioni e sulla misteriosa figura che appare in “Gabriel’s Redemption”. E soprattutto esploriamo la ancora di più la Storia e il mondo sotterraneo della città di Firenze.

 

Mi piace pensare che le città italiane che usi come sfondo siano protagoniste dei tuoi libri tanto quanto i personaggi che crei. Noi italiani a volte perdiamo di vista quanta bellezza, storia, arte e cultura ci circondi finchè qualcuno oltreoceano non ci fa innamorare dell’Italia nuovamente. Cosa ti ha spinto ad innamorarti di Firenze? Cosa ai tuoi occhi la rende così misteriosa? Che legame hai con l’Italia e la sua cultura?

Parte del mio interesse che ho per la bella Italia è soprattutto di carattere storico. Tuttavia la maggior parte del mio affetto per il vostro Paese e per le città di Roma e Firenze è dovuto alla loro bellezza -alla loro architettura e alle opere dei numerosi artisti là presenti. Il Rinascimento è uno dei periodi della Storia dell’Arte che preferisco e Firenze ha giocato un ruolo cruciale per lo sviluppo di questo mio interesse.

 

La trilogia in questione è inedita in Italia e solo chi l’ha letta può capire che in poche righe è impossibile condensare l’anima e lo spirito dei personaggi. Se dovessi scegliere una citazione per il Principe e una per Raven per dare un’idea del loro vero essere a chi deve ancora leggere di loro, quale sceglieresti e perchè?

Grazie, spero davvero tanto che una casa editrice italiana possa decidere di tradurre e regalarvi presto la serie The Florentine. Se dovessi scegliere una citazione per ognuno direi per William “Tu sei la mia più grande virtù e il mio più profondo vizio”; mentre per Raven “Tutto quello che sento sei tu”.

 

A quale dei tuoi personaggi ti senti più legato e perchè?

E’ difficile scegliere perchè mi sento legato a tutti loro. Se proprio dovessi scegliere, sceglierei le coppie principali quindi Gabriel e Julia e Raven e William. Ogni personaggio ha dei difetti; nessuno di loro è perfetto. Eppure ognuno di loro ha caratteristiche di cui vado orgoglioso e fiero.

 

Gabriel e Julia appaiono con dei cameo spesso anche in questa trilogia. Mi viene da pensare che il tuo animo romantico faccia fatica a lasciare indietro i personaggi che crei. E’ stato difficile concludere la serie e lasciare andare Raven e Will? Cosa del loro viaggio verso l’un l’altro è stato più difficile da descrivere per te? E cosa del loro viaggio speri che rimanga più impresso a chi li leggerà?

E’ stato molto difficile lasciar andare William e Raven. Ci sono state alcune scene in The Roman (ultimo libro della trilogia) che ho trovato particolarmente ostiche da scrivere. Eppure credo che proprio quelle scene saranno quelle che rimarranno più impresse nei lettori…e credo di aver scritto un’altra meravigliosa storia di Amore e Redenzione.

 

Venendo io stessa da studi classici (latino, greco e filosofia) ho trovato che ci sono temi immortali, che resistono al passare degli anni, che sono sempre attuali. In questo senso, trovo che tu sia uno scrittore impegnativo e impegnato nel rendere consapevoli i giovani lettori di cosa realmente conta nella vita. Sei un filosofo moderno. Quale dei tanti messaggi, descritti nei tuoi libri, speri che raggiunga davvero i lettori?

Grazie davvero. Credo che sia importante che le persone imparino a riconoscere i propri errori e i propri difetti, senza però farne una tragedia. Tutti abbiamo la possibilità di cambiare. Tutti abbiamo la possibilità di avere la nostra personale redenzione.

 

Devo ancora comprare il tuo nuovo libro “The Man in the black suit”, lo confesso! Di cosa parla e in cosa si differenzia dalle due trilogie? Il tema del viaggio è sempre una costante o c’è aria di cambiamento?

The Man in the Black Suit dovrebbe uscire questo Dicembre. E’ un Romance\Suspence ed è ambientata a Parigi. Niente paranormal, ma avrà alcuni temi che ricorrono in tutti gli altri miei romanzi: amore, sesso e redenzione.

 

Una domanda un po’ meno impegnativa per te…Quali sono i libri che ti piace leggere? Quali gli autori che ti fanno sognare?

Leggo soprattutto romanzi fantasy o di fantascienza. Mi piacciono le opere di JRR Tolkien e CS Lewis. Ho cominciato a scrivere molti anni fa ed il mio primo romanzo è stato proprio Gabriel’s Inferno.

 

Chi è Sylvain Reynard lontano dai libri?

A dire il vero impiego molto del mio tempo a scrivere! Quando non lo faccio mi piace viaggiare, ascoltare musica e visitare musei e gallerie d’arte.

 

Se dovessi usare un passaggio di uno dei tuoi tanti libri per descriverti, quale sarebbe?

Non userei una mia citazione, ma una di Virgilio. “La fortuna aiuta gli audaci.”

 

Con un po’ di malinconia giungiamo alla fine di questa intervista. Grazie per il tempo che ci hai dedicato. Grazie per aver creato un mondo vero, con messaggi veri, che toccano il cuore. Io, da lettrice e amante di questa serie, so cosa ha di importante e quali sono i suoi insegnamenti, ma forse vuoi aggiungere qualcosa tu…Alle CE che leggeranno, vuoi lasciare un messaggio sul perchè questa trilogia debba vedere la sua traduzione in Italia? Speriamo che tu sia stato bene con noi! Ti auguriamo il meglio, con la speranza di averti presto in Italia con la serie The Florentine!

Grazie mille a voi. E’ stato davvero un pensiero gentile invitarmi a stare con voi e con gli altri miei lettori italiani! Colgo questa occasione per ringraziarli per l’enorme supporto che mi hanno dimostrato – soprattutto per quello mostratomi per la serie del Professor Gabriel. E spero veramenete un giorno di poter presentare ai miei lettori anche la serie The Florentine in italiano. La serie è ambientata a Firenze, parla della vostra storia e di un paricolare furto avvenuto nella Galleria degli Uffizi… credo davvero che vi piacerà!

 

Vi lascio in seguito come promesso la traduzione del primo capitolo di The Raven, gentilmente autorizzata dall’autore stesso. Buona Lettura!

 

 

Le strade di Firenze erano quasi deserte all’una e mezzo del mattino. Quasi. C’erano pochi turisti e persone del luogo, giovani ragazzi che cercavano divertimento, senzatetto che mendicavano,e Raven Wood, che zoppicava piano lungo la strada sconnessa che collegava la Galle ria degli Uffizi a Ponte Santa Trinita.

Raven era stata ad una festa coi suoi colleghi di lavoro e aveva stupidamente rifiutato un passaggio verso casa. Il suo amico Patrick le aveva proposto, dal momento che era in vespa, un passaggio, ma lei sapeva che non avrebbe mai voluto lasciare l’appartamento di Gina. L’amico aveva una cotta per Gina ormai da mesi. E questa sera, finalmente, era riuscito ad attirare la sua attenzione.

Almeno un poco. Raven non aveva cuore di separare i due futuri innamorati. Lei aveva ormai accettato che l’amore non era fatto per lei. Tuttavia nutriva un segreto piacere nel vedere nascere l’amore negli altri, specialmente nei suoi amici.

Per questo aveva insistito per tornare da sola a casa. E questo era il motivo per cui camminava da sola, con la sola assistenza del suo bastone, verso il piccolo appartamento, situato in Santo Spirito, praticamente dall’altro lato del fiume Arno. Mai avrebbe immaginato che il rifiutare un passaggio a casa avrebbe avuto conseguenze devastanti per lei ed i suoi amici. I suoi colleghi di laoro pensavano erroneamente che il zoppicare di Raven fosse qualcosa con cui fosse nata quindi, per educazione e cortesia, lo ignoravano.

Lei era grata per questi loro silenzi, dal momento che quello zoppicare nascondeva segreti oscuri che non era pronta a condividere. Lei non si considerava una handicappata, ma una diversamente abile. La sua gamba destra era leggermente più corta della sinistra e il suo piede sporgeva leggermente di lato, in un angolo innaturale. Non poteva correre e sapeva che per gli altri era doloroso perfino vederla camminare. Almeno cercava di rendere il suo bastone da passeggio attraente, decorandolo con motivi fantasiosi che disegnava essa stessa, dando libero sfogo alla sua creatività.

Considerava il suo bastone “il suo ragazzo” e affettuosamente lo aveva anche soprannominato Henry. Altre donne forse avrebbero avuto paura a camminare da sole di notte per le strade di Firenze, ma non Raven. Raramente attirava l’attenzione, se si escludono gli sguardi maleducati alle sue gambe. Infatti, le persone la superavano spesso come se fosse invisibile, senza avere con lei alcun tipo di contatto fisico. Tutto questo a causa del suo aspetto.

I più educati l’avrebbero definita procace, se solo avessero potuto vedere il suo corpo nascosto dai suoi abiti oversize. Tuttavia agli occhi della società moderna lei era semplicemente in sovrappeso, i suoi chili compressi e nascosti sotto vestiti a sacco e un’altezza di 1,70 m mortificata da un paio di scarpe da ginnastica. I suoi capelli erano scuri, come il piumaggio di un corvo, e spesso legati in una coda di cavallo che ricadeva morbida sulle spalle.

A paragone delle bellissime donne che passeggiavano per Firenze, lei era considerata scialba.

 

Ma i suoi occhi…erano bellissimi, larghi e di un verde assenzio profondo Nessuno però li notava, nascosti dietro occhiali dalle lenti spesse e troppo grandi per il suo viso. Non che Raven si sarebbe sentita a suo agio nell’essere notata. Portava sempre gli occhiali come a volersi distanziare ancora di più dagli altri, e quando era necessario li portava anche per leggere.

Quando era ormai vicina al Ponte Santa Trinita, arrivando dal Lungarno degli Acciaiuoli, si maledisse mentalmente per non aver pensato a portare un ombrello.

La pioggia era abbastanza fastidiosa da aver sgombrato i ponti e le strade dai pedoni, ma non abbastanza da bagnarla. Aveva deciso di non trovare riparo e di continuare a camminare, decisa come era solita esserlo in tutte le sue cose, guidata da una testarda determinazione.

Tre uomini stavano per attraversare il ponte sopraggiungendo dalla parte opposta, salendo da via die Tornabuoni. La pioggia non era un problema per loro, le loro voci erano roche e parlavano ad alto volume, i loro passi instabili. La vista di ubriaconi nel centro della città non era nulla di inusuale, ma Raven rallentò.

Sapeva troppo bene quanto imprevedibile potesse essere una persona ubriaca. Strinse a se il suo vecchio e consumato zainetto mentre continuava la sua camminata verso il ponte.

Fu in quel momento che vide Angelo. Angelo era un senzatetto che mendicava notte e giorno. Raven lo vedeva sempre la mattina sulla strada per andare agli Uffizi. Si fermava sempre a salutarlo e gli dava spesso delle monetine o del cibo. Sentiva una sorta di legame con lui, dal momento che entrambi si facevano aiutare da un bastone per camminare.

Angelo inoltre era anche mentalmente ritardato, il che non faceva altro che aumentare la compassione che Raven provava per lui. Mentre camminava il suo sguardo passava da Angelo agli ubriachi, e viceversa. Un terribile presentimento la pervase.

“Buonasera signori!”, l’italiano di Angelo ruppe l’oscurità.

“Qualche monetina, per favore!”, la speranza allegra della voce di Angelo fece rabbrividire Raven.

Sapeva il fato crudele della speranza quando era mal riposta. Cominciò a zoppicare più velocemente, gli occhi fissi sul suo amico, sperando di non scivolare e cadere. Era quasi arrivata al ponte quando vide Angelo alzare le braccia in alto e piangere disperato.

L’uomo più grosso gli stava urinando addosso. Angelo cercava di allontanarsi, ma l’uomo lo seguiva. Gli altri due invece ridevano. Raven non era spaventata.

Angelo era un senzatetto, sporco, zoppo, e mentalmente disabile. Ognuna di queste caratteristiche avrebbe potuto accendere la latente crudeltà dei tre uomini fiorentini. Sentiva parole di protesta salirle alla gola, ma si costrinse a non aprire bocca. Avrebbe dovuto intervenire. Lo sapeva. Il male fiorisce quando le persone buone lo ignorano senza fare o dire nulla. Raven continuò a camminare.

Era stanca per il lungo giorno di lavoro agli Uffizi e per la serata a casa di Gina. Non vedeva l’ora di tornare nel suo piccolo appartamneto a Santo Spirito.

Eppure, allo stesso tempo, era cosciente del pianto e delle urla di Angelo e delle risate e le bestemmie degli altri uomini. Il più largo dei tre finì di urinare, e richiuse la cerniera dei suoi jeans. In quel momento, senza preavviso, sollevò la gamba sferrando un calcio nelle costole di Angelo.

Angelo urlò di dolore e cadde per terra. Raven si fermò. Gli uomini cominciarono a prenderlo a calci, a urlargli addosso ignorando le urla disperate del senzatetto. Perdeva sangue dalla bocca.

“Fermi!” un grido in italiano riempì le orecchie di Raven.

Per un momento provò gioia nel fatto che qualcuno fosse intervenuto per salvare Angelo. Ma la gioia si tramutò in terrore quando gli uomini si fermarono e i loro occhi si fissarono su di lei.

“Fermi”, ripetè a voce più bassa.

Gli uomini si scambiarono un’occhiata e quello più grosso disse qualcosa ai suoi compari. Si girò di nuovo a fissarla. Mentre le veniva incontro, si accorse che aveva le spalle larghe ed era alto, la sua testa rasata, i suoi occhi scurissimi. Resistettè all’impulso di girarsi.

“Vai via” le disse l’uomo con noncuranza.

Gli occhi di Raven corsero ad Angelo, rannicchiato sul pavimento freddo del ponte in posizione fetale.

“Lasciate che lo aiuti, sta sanguinando”.

L’uomo pelato guardò i suoi compagni alle sue spalle. Come a sfidarla, uno di loro calciò nuovamente Angelo nello stomaco. L’urlo dell’amico riempì le orecchie di Raven fino a ridursi ad un orribile silenzio. Con un sorriso predatorio, l’uomo pelato si voltò verso di lei. Le indicò la direzione da cui era arrivata.

“Corri.”

Raven per un attimo contemplò l’idea di raggiungere Angelo, ma non lo fece. Non aveva nemmeno possibilità di attraversare il ponte e rifugiarsi a casa. L’uomo pelato le bloccava la strada. Iniziò a indietreggiare, traballando instabile. L’uomo la seguì.

Lasciò penzolare le braccia e cominciò a strascicare una gamba in un’ esagerata imitazione della camminata di Raven. Qualcuno dei suoi compagni urlò qualcosa. Quasimodo. Resistendo all’impulso di urlare che erano loro i veri mostri, diede loro la schiena e cercò di allontanarsi velocemente.

Il suono dei suoi passi risuonava nelle sue orecchie. Gli amici del pelato lasciarono Angelo per rincorrerla. Sentì uno di loro ripetere quanto fosse orrenda – troppo orrenda perfino per essere stuprata. Gli altri risero. Un altro disse che avrebbe potuto essere fottuta da dietro. Così non avrebbero dovuto nemmeno guardarla in faccia. Raven zoppicò più velocemente, cercando invano una singola persona, ma sembrava che quella sera le rive dell’Arno fossero deserte.

“Non così veloce!” disse uno con fare sarcastico mentre ridendo continuava a rincorrerla.

“Vieni a giocare con noi!” urlò l’altro.

“Sembra che lo voglia davvero!”.

Raven accelerò nuovamente, ma la raggiunsero presto, e la circondarono come sono soliti i lupi con la loro preda.

“E adesso?” chiese il più basso dei tre scambiandosi un’occhiata complice con gli altri.

“E adesso giochiamo!” disse l’uomo pelato, che evidentemente guidava la banda, sorridendo a Raven. Le prese il bastone dalle mani e lo gettò in mezzo alla strada. Uno degli altri le strappò dalla spalla lo zaino.

“Ridammelo!” gridò sporgendosi verso di lui.

Con un higno, l’uomo lanciò lo zaino, facendolo volare sopra la sua testa, all’altro suo compare. Lei di nuovo cercò di prenderlo, e nuovamente e velocemente fu lanciato sopra la sua testa un’altra volta, i due uomini continuarono a giocare così per alcuni minuti, prendendola in giro e deridendola mentre lei cercava di riprendersi lo zaino.

Tutti i suoi documenti, il passaporto e altre cose importanti erano lì dentro. Non poteva correre. La sua disabilità le impediva di scappare. Sapeva che se fosse andata a riprendersi il bastone glielo avrebbero gettato nelle acque dell’Arno.

Quindi si voltò e cercò di allontanarsi di nuovo da loro, cercando di avvicinarsi al Ponte Vecchio. Uno degli uomini lanciò il suo zaino d parte.

“Prendetela”, disse.

Raven cercò di muoversi il più veloce possibile, ma stava già zoppicando al massimo delle sue capacità. L’uomo la seguì e la raggiunse in meno di tre passi. Spaventata si voltò a guardare. In quel momento uno dei suoi piedi si incastrò in una falla sulla strada facendole perdere l’equilibrio. Per prevenire il dolore sporse avanti le ani e le braccia cercando di attutire la caduta. L’uomo pelato era ormai lì, la prese per i capelli e tirò.

Pianse mentre le strappava l’elastico dalla sua coda. Lunghi capelli corvini si sciolsero sulle sue spalle. L’uomo la tirò su per rimetterla in piedi, usando i capelli come presa, attorcigliandoseli attorno alla mano. Lei cercò di guardare dove si trovava, sperando di trovare una via di fuga o qualcuno che potesse aiutarla, ma in pochi secondi lui la trascinò lungo la strada e poi in un vicolo. Il vicolo era così stretto che riusciva a misurarlo con le braccia tese.

Finse di cadere, intenzionalmete. Con una bestemmia, l’uomo la lasciò andare. Raven cadde una seconda volta, mani e ginocchia macchiate di sangue. E poi un odore nauseabondo le riempì il naso. Qualcuno aveva usato il vicolo come bagno.

Tossì, cercando di non sentirsi male. L’uomo aprofittò e la prese per un gomito tirandola sempre più nel vicolo.

“Alzati”, le urlò.

Lei cercava di respingerlo ma lui la teneva stretta per il gomito. Allora si girò di lato e cominciò a scalciare selvaggiamente. Lui bestemmiò di nuovo e lei riuscì a sgattaiolare via e cercò di rimettersi subito in piedi. Senza preavvisò però l’uomo si lanciò su di lei, bloccandole le braccia e costringendola a guardarlo in faccia.

Senza preavviso le diede un pugno così forte che le ruppe occhiali e naso. Il sangue schizzò e scivolo in grosse gocce sull’asfalto. Lei urlò di dolore, con le lacrime agli occhi si liberò degli occhiali rotti dal viso, cercando di respirare con la bocca. L’uomo poi la prese per i capelli, sbattendole la testa contro la parete.

Raven vide le stelle, il dolore le pulsava in testa. Il mondò cominciò a girarle attorno fino a rallentare quando due degli uomini la spinsero col seno contro la parete, bloccandole le braccia dietro la schiena. Il loro capo in piedi dietro di lei, le sue mani che le alzavano la maglietta. Con violenza le sue dita percorsero la sua pelle nuda fino al reggiseno. Gli strinse il seno, facendo battute di pessimo gusto. I due uomini che la tenevano ferma lo incoraggiavano, ma Raven non era più in grado di distinguere cosa dicessero. Si sentiva come sott’acqua. La sua testa pulsava mentre cercava di respirare con il sangue che le scendeva dal naso dritto in gola. L’uomo si sbottonò la patta dei jeans e si strofinò su di lei. Le mani dal seno scesero ai fianchi per sbottonarle i pantaloni. Lei si ribellò quando la mano di lui raggiunse le sue mutande.

“Fermati! Ti prego. Ti prego!”

 

 

*****************

 

Il pianto di una donna, disperato e supplichevole, giunse alle orecchie del Principe.

In lontananza, poteva sentire avvicinarsi Lorenzo, il suo tenente, e Gregor, il suo assistente. Gli altri della sua razza non erano molto lontani. Il Principe accelerò, poco incline a voler condividere con loro la fonte di quell’aroma così dolce che non sentiva da secoli.

Il profumo gli era quasi familiare, così tanto che il desiderio dell’odore si era ormai legato ad un sentimento di nostalgia. Una nostalgia su cui non aveva nessuna voglia di indulgere. Il suo intuito e la sua prudenza gli avevano permesso di sopravvivere all’abominevole risultato di ciò che si era meritato di essere, mentre altri ne vennero schiacciati.

Non agiva mai senza cautela, per questo si fermò ad osservare il vicolo da un tetto nelle vicinanze. Il vicolo era illuminato da un singolo lampione. Poteva vedere una giovane donna tenuta da tre uomini, uno dei quali la stava molestando da dietro, sfregandole il membro contro.

Gli altri due lo incitavano e la tenevano ferma contro la parete, braccia bloccate, come in una crocifissione. La scena non lo lasciò indifferente. Sarebbe stato così semplice per il Principe rubare la vittima a quegli uomini, trascinarla in un altro vicolo ancora più oscuro e dissanguarla.

Chiuse gli occhi per un istante, respirò profondamente, la mente invasa da un ricordo: una giovane donna seminuda, distesa ai piedi di una parete di pietra, il corpo ferito, la sua innocenza presa, il sangue di lei che lo chiamava… Vendetta.

La sua fame di sangue fu sostituita da un altro tipo di fame, una che da centinaia di anni alimentava con rabbia e rimorso. Le illustrazioni che con tanta cura si era preso il disturbo di rubare caddero dalle sue mani, mentre saltava giù dal tetto.

“Ma che cos-” l’uomo era morto prima di poter finire la frase, la testa staccata dal corpo e lanciata con noncuranza come un pallone da calcio.

Gli altri uomini lasciarono andare la ragazza e cercarono di fuggire, ma il Principe li riprese velocemente e li spedì all’inferno con pochi e decisi movimenti. Quando si voltò per reclamare la sua preda, la vide distesa al suolo, il dolce odore del suo sangue impregnava l’aria. Sembrava incosciente, gli occhi sbarrati, il viso tumefatto.

“Cassita Vulneratus”, le sussurrò, abbassandosi su di lei.

Due enormi occhi verdi si aprirono e lo fissarono attraverso il velo della pioggia.

“Una donna. Che delusione.” una voce di donna ruppe il silenzio. “Dall’odore speravo fosse un bambino”.

Il Principe si voltò per trovare dietro di lui quattro della sua razza – Aoibhe, una donna alta dalla chioma rossa, e tre uomini, Maximilian, Lorenzo e Gregor. Tutti avevano il viso pallido e tutti guardavano affamati in direzione di Raven, non senza però inchinarsi prima al loro Principe.

“Come è potuta una prelibatezza tale passare inosservata? Se l’avessi sentita per strada, l’avrei sicuramente presa.”

Aoibhe si avvicinò, la sua postura era regale ed elegante.

“Avanti, dai. E’ grande abbastanza e può essere divisa facilmente. Non bevo nulla di così dolce dai tempi in cui mi cibavo di bambini inglesi”.

“No.”

La voce del Principe era bassa. Si mosse quasi impercettibilmente frapponendosi tra la ragazza e i suoi, nascondendola alla loro vista.

“Sicuramente Principe non vorrai privarcene”.

Maximilian, l’uomo più robusto, indicò i corpi dei tre uomini morti lungo il vialetto.

“Gli altri sono morti e puzzano”.

“C’è un altro corpo intatto lungo il ponte. Potete avere quello, con i miei migliori complimenti. Ma ho diritto alla ragazza.”

La voce del Principe era calma, ma nascondeva una ferrea volontà.

“Il premio che reclami è quasi un cadavere”, intervenne Aoibhe. “Sento il battito del suo cuore vacillare”.

In risposta alle parole della donna, il Principe si voltò in direzione della ragazza. I suoi occhi erano chiusi, il suo respiro affannoso.

“Che disastro!” esclamò un altro uomo, il suo italiano influenzato da un marcato accento russo.

Si fece avanti per esaminare i corpi degli assalitori, avvicinandosi un po’ troppo alla loro vittima. Un ringhio sfuggì dalla gola del Principe. Il russo si fermò immediatamente.

“Perdonami, mio Signore”. Attentamente, fece un passo indietro. “Non volevo mancarVi di rispetto”.

“Vai a controllare il perimetro, Gregor. Se nessuno vuole l’altro corpo, fatelo sparire”.

L’assistente si avviò velocemente lungo la strada.

“Nemmeno una bestia vorrebbe bere da questi qua”.

Tutti si girarono a guardare Maximilian, il cui sguardo era fisso sugli uomini mutilati. Poi i suoi occhi si posarono sul loro Signore.

“Pensavo che il Principe non uccidesse per sport”.

“Cave, Maximilian”.

La voce del Principe era minacciosa.

“Lo stai per caso sfidando per delle uccisioni?”

Lorenzo, il tenente del Principe, si fece avanti. Una tensione palpabile regnava al suono di queste parole. Tutti fissavano Maximilian in attesa di una risposta. Lui guardò il Principe e poi la ragazza sanguinante, i suoi occhi azzurri erano calcolatori.

“Se il Principe non uccide mai per divertimento, perchè questi uomini sono morti? Avrebbe potuto rubargliela facilmente.”

“Adesso basta!” Aoibhe sembrava impaziente. “Lei sta morendo e tu stai perdendo tempo!”

“E’ stato il Principe ad aver approvato la legge contro le uccisioni indiscriminate.”

Maximilian si fece avanti. I suoi occhi si mossero impercettibilmente verso Lorenzo, per poi fissarsi sul Principe. Aoibhe gli si piazzò davanti, il suo corpo così slanciato in proporzione a quello massiccio di Max.

“Stai davvero sfidando il Principe della città solo per questo? Sei impazzito?”

Maximilian si mosse, come a volerla spostare. In un lampo, la rossa catturò il suo braccio sinistro, lo fece ruotare dietro la sua schiena fino a sentire il rumore della spalla che si dislocava.

“Non azzardarti ad alzare un’altra volta la tua mano su di me. O la perderai.”

Lo costrinse in ginocchio, piazzandogli uno stivalette di seta sulla parte bassa della schiena per costringerlo in quella posizione. Maximilian digrignò i denti.

“Qualcuno può togliermi di dosso questa arpia dalla lingua biforcuta?”

“Aoibhe.”

La voce del Principe era bassa, ma autoritaria.

“Volevo solo essere sicura che questo cavaliere prussiano avesse capito bene. Il suo italiano è così…scarso.”

“Togliti di dosso, miserabile stronza!” Ringhiò, cercando di scrollarsela dalla schiena.

“Con piacere”.

Aoibhe lasciò andare il suo collega con una sequenza di bestemmie irlandesi e qualche altra minaccia. Max si alzò, si rimise a posto la spalla dislocata con un grugnito e fece roteare il braccio un paio di volte.

“Dal momento che sembra che sia solo io quello interessato alle leggi della città, ritiro la sfida.”

Fece una pausa, sperando che qualcuno intervenisse. Ma tutti rimasero in silenzio.

“Finalmente.”

Aoibhe si concentrò di nuovo sul Principe, che si era mosso più vicino alla sua preda, le spalle appoggiate al muro.

“La tua ragazza dallo straordinario sapore sta esalando l’ultimo respiro. Se deve essere reclamata, deve essere fatto ora. La condividerai?”

D’impulso, il Principe raccolse la ragazza tra le sue braccia e con un movimento fluido saltò sul tetto, lasciando i suoi indietro.

 

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

*